Il Pellegrinaggio Interiore
Immagini e resoconti di viaggio
In questa pagina mi propongo di pubblicare uno scritto, una sorta di diario di viaggio. Un viaggio che per me è inziato più di 30 anni fa. L’intento è quello di raccogliere e organizzare tutte le esperienze, gli studi, le intuizioni, le realizzazioni, le comprensioni raccolte in tutti questi anni. Scriverò di Yoga e di pensiero indiano ma anche di psicologia, di neuroscienze e degli studi più recenti – e così entusiasmanti – confrontandoli con le tradizioni millenarie che da sempre orientano il pensiero e la ricerca spirituale… parlerò di spiritualità, di meditazione, di mente, corpo e anima. Piano piano vorrei arrivare a parlare di sistemi, da quello più grande e spirituale a quello più vicino e impattante, per ognuno di noi, che è quello familiare. Scriverò di Padre e Madre, sia quelli biologici che quelli spirituali, scritti con la miaiuscola, e di maschile e femminile. Cercherò di seguire un filo conduttore che permetta la condivisione di argomenti a volte profondi e “difficili”, in modo semplice e leggero, confidando che anche lì, dove la mente fatica ad arrivare, ci siano altre parti di noi che possono comprendere o meglio, riconoscere.
Introduzione
Con il termine pellegrino si intende, comunemente, una persona che si mette in cammino, un viandante che muove i suoi passi verso una meta spirituale, un luogo di culto. Nel termine stesso viene anche definito il tipo di percorso intrapreso, un percorso attraverso i campi (per ager), immerso nella natura, lontano dalle strade maggiormente affollate che solitamente sono anche le più facili e dispensatrici di comodità. Durante il cammino, il pellegrino predilige solitamente la solitudine, il silenzio, la riflessione. Di tanto in tanto incontra luoghi di accoglienza, spesso piccole costruzioni religiose o paesaggi naturali mozzafiato che donano alla sua anima una ricompensa, un senso di pienezza, di gioia e di gratitudine. Di tanti momenti come questi è costellato il cammino, ma per il pellegrino non sono ancora la meta, la meta è oltre, e dopo una breve sosta il pellegrino si rimette in cammino, continua ad andare avanti.
Il mio primo pellegrinaggio è stato sulla via di Santiago di Compostela in Spagna, nel 2014, lungo il cammino del nord. 1.050 chilometri da Irun, paesino al confine con la Francia, a Finisterre, percorsi in 33 giorni. Una vita, condensata in poco più di un mese. Mi è sembrato, durante quella prima esperienza e ancora in tutti i pellegrinaggi che sono seguiti, che mettersi in cammino sia un modo per “andare incontro alla vita” e la vita arriva, così com’è e non sempre come la vorremmo. Il cammino è anche lo spazio delle sincronicità, quel che accade sembra governato da una mano invisibile che ci mette di fronte situazioni, incontri, esperienze che sembrano perfette per noi, che ci aiutano a vedere qualcosa, che rendono possibile una piccola comprensione e, nel cammino, si è più pronti, più aperti, più sensibili a questi doni che la vita ci porta. Per me l’esperienza di questo primo pellegrinaggio è stata estremamente profonda e non sempre facile. Ho sofferto, sia fisicamente sia interiormente, ho resistito fino a dove ho potuto e poi, come per magia (sincronicità), è arrivato l’aiuto inaspettato, quasi non più sperato. E nel cammino mi sono incontrato, ero io alla partenza ed ero sempre io all’arrivo ma questi due “Io” differivano tra loro; qualche nuova consapevolezza, qualche nuova comprensione su di me e sulla vita galleggiava interiormente. Piccoli elementi che ho portato a casa e che poi, col tempo, hanno dato vita a una nuova crescita. Mi è stato chiaro, dopo i primi giorni, che quell’andare avanti, quell’allontanarmi piano dal luogo di partenza alleggeriva qualcosa dentro di me. Era, questo andare, anche un movimento interiore. Mi stavo sempre più allontanando dalla mia vita, dalle abitudini, dai ruoli, e stavo gradualmente andando incontro ad un ignoto, facendo affidamento solo sulle mie forze, sulle mie risorse, anche se di tanto in tanto arrivava qualcuno che mi donava un po’ di compagnia o mi sosteneva in una difficoltà. Anch’io ho sostenuto molti viandanti, lungo il cammino le relazioni sembrano più autentiche, si è più pronti a dare e a ricevere con persone che ci accompagnano per pochi chilometri, altre per alcuni giorni e poi ognuno torna a sé stesso, riprende il proprio ritmo, segue la propria strada. Sembra una dimensione dove tutto si fa più sentito, e non solo le persone ma anche i luoghi, la natura, le situazioni. Forse quella fatica necessaria a guadagnare i chilometri verso la meta rende tutto più prezioso. E poi l’arrivo, quel momento in cui l’avventura si è conclusa, mi ha lasciato senza fiato. Tutto ciò che era stato, tutto ciò che avevo vissuto, i piaceri, gli incontri, il dolore, la fatica e le difficoltà erano oramai alle spalle e tutto, proprio tutto, era servito per arrivare alla fine, a tutto mi sono sentito grato. Ricordo che ogni mattina mi alzavo e mi mettevo in marcia, non c’era altro da fare durante i giorni se non camminare, andare avanti. Ho imparato a non avere fretta in questo movimento, sapevo di non dover competere con nessuno e che la velocità del passo, il bisogno di arrivare/andare veloce era fondamentalmente un modo di fuggire da me stesso. I primi giorni, vedendo la guida del cammino con le sue mappe e i suoi consigli, capitava che mi preoccupassi: mi sarebbe piaciuto il paesaggio di quella giornata? Ero pronto per quelle salite o ad affrontare le sfide di quella tappa? E poi, ogni sera all’arrivo provavo un senso di soddisfazione, di gratitudine e di felicità. A poco a poco, giorno dopo giorno la preoccupazione si è tramutata in fiducia: “posso farcela” sussurrava una voce dentro di me, devo solo rispettare i miei tempi. Così, proseguendo lungo il cammino, ho sentito crescere l’entusiasmo per le nuove sfide, la voce ha cominciato a dire: “vediamo cosa ci aspetta oggi”, quella parte di me era oramai sicura che sarei arrivato alla meta, era sempre più divertita e sicura di sé. Si perché l’esperienza è il motore del cambiamento, della crescita, e l’esperienza si fa col corpo, l’esperienza ci vuole dentro alla vita fino al collo. E diventa possibile ciò che prima sembrava impossibile, alcuni pesi diventano leggeri. Ho imparato che la vita va così.
Volevo sapere in anticipo cosa mi avrebbe atteso quel giorno, studiavo la guida, cercavo di memorizzare le informazioni salienti, a cosa fare attenzione, dove girare, quanta salita avrei incontrato e questo era il mio modo di controllare; il sistema nervoso si rilassa di fronte alla prevedibilità’. Cercare di rendere tutto prevedibile equivale a voler controllare la vita, ma la vita non può essere controllata, dovrebbe soltanto essere vissuta e, nella sua essenza, ci espone all’ignoto. Fortunatamente per me, la guida non era così precisa e quando mi sono perso, quando mi sono trovato completamente fuori strada, dopo essermi arrabbiato, spaventato, ho cominciato ad accogliere anche quelle piccole sfide, a giocare, a prendere con leggerezza anche lo smarrimento, ad affrontare anche l’ignoto. E l’esperienza ancora è stata che ci potevo passare, che perdermi non era poi un perdermi ma piuttosto la via per ritrovarmi. Per quanto vorremmo controllare siamo sempre, in realtà, di fronte all’ignoto e se ci esponiamo a questo, senza riserve, impariamo che attraverso quell’ignoto ci possiamo passare. Ho sentito muovere nel mio animo un atteggiamento nuovo, un atteggiamento che poteva accogliere tutto senza preferire qualcosa a qualcos’altro, tutto andava bene, bello o brutto, facile o difficile, faticoso o leggero, faceva tutto parte del cammino e ho capito che il cammino potevo solo viverlo, stando al gioco. E così questo condensato di vita mi sfidava, sfidava le mie abitudini, l’idea che avevo di me, sfidava le mie certezze e forse anche i miei valori; a volte sembra troppo anche per la persona più decisa o devota, ma proseguendo, spogliando tutto di quella valenza e di quel peso che le cose normalmente assumono nella vita, di quei “mi piace” o “non mi piace”, si arriva all’essenza, all’essenziale. Si parte inesperti per il cammino, solitamente con zaini pesanti, pieni di cose che si riveleranno inutili e si arriva con lo zaino leggero, se si ha la libertà di poter lasciare andare ciò che non serve a quei giorni. Se si è attaccati alle cose, se ne porta il peso, e costa fatica, e un po’ alla volta quel peso ci logora.
Rientrato da questo primo cammino ricordo di aver pensato a come l’esperienza appena vissuta potesse essere simbolo e metafora del cammino interiore; in quegli anni ho passato tanto tempo in compagnia della Maestra indiana Vimala Thakar, leggevo i suoi testi, studiavo il suo sentiero ed è stato in uno dei suoi scritti che ho trovato un’allusione al “pellegrino interiore”. Da allora questo modo di definire il viandante dei mondi interiori, il ricercatore spirituale, mi è rimasto nella mente e nel cuore.
Tanti anni fa ho cominciato con il mio cammino interiore, portavo dei pesi che mi irrigidivano e non mi permettevano di vivere con leggerezza e con gioia. Anche in questo cammino ho proseguito da solo e ho sentito a volte l’importanza e la bellezza di essere accompagnato, per un breve periodo di tempo o per un tratto più lungo. Andando avanti ho visto tante mie convinzioni e sicurezze sgretolarsi e lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Ho fatto fatica, ho sofferto ma ho anche incontrato luoghi interiori di immensa bellezza. Ci sono state salite e discese, a volte mi sono perso, solo per ritrovarmi in seguito, più forte e più sereno. Sempre spinto da quella tensione a proseguire, sapevo che l’orizzonte si allarga nel procedere e che ciò che non potevo vedere in un tempo, sarebbe stato poi alla portata. E ho imparato ad accettare i miei limiti, a riconoscere le mie risorse, ad accogliere me per come sono e questo mi aiuta a muovermi verso un orizzonte che sento essenziale, dove risiede la mia essenza. Non mi è chiaro quale sia la meta, quello che troverò andando avanti, l’ignoto però mi affascina sempre più e per quanto riconosca all’arrivo la dimensione del sé, devo dire che questa è solo un simbolo, il suo contenuto matura piano piano. Questo è anche il movimento che vedo in tutte le persone che incontro e che sono ugualmente attratte, in modo sincero, dal lavoro interiore. E trovo in tutto ciò una grande bellezza che mi fa pensare sia proprio questo il senso e il significato di questo cammino che tutti noi condividiamo in questa avventura che chiamiamo vita.
Camminare a ben pensarci non è solo il simbolo di un procedere, è anche un modo di ritornare inevitabilmente al corpo, un modo di sentire il corpo, di sentirsi corpo. E forse è la via primordiale di connessione, ma ne sono seguite altre: oggi abbiamo la possibilità di accedere a tantissime tecniche, strategie, strumenti per affrontare il cammino interiore. Come nei pellegrinaggi storici, anche la via interiore è stata segnata da chi, prima di noi, ha dedicato la propria vita a questo movimento di conoscenza; i Maestri ci hanno lasciato mappe, consigli, tecniche, strumenti, ci hanno raccontato esperienze che a volte risuonano dentro di noi, le sentiamo vere, anche se ancora non ne siamo in possesso, e questo ci spinge a metterci in moto, alla ricerca. Mi auguro che ciò che seguirà a questa introduzione possa essere d’ispirazione.
